Super Ego



Parallelamente al processo di riconoscimento delle emozioni ci sarà quello di integrazione nella struttura psichica di quanto emerso. E il primo passo sarà spostare l’attenzione dall’altro a se, dal fuori al dentro.

Questa inversione di direzione è uno dei passaggi più complessi: gli ostacoli infatti sono molti, dato che l’abitudine di una vita intera lavora contro questa nuova attitudine. Qual è questa abitudine? E’ quella di far governare tutto il nostro sentire, pensare e agire da una struttura di protezione chiamata Super Ego (o Giudice Interiore). Egli stabilisce quali sono i sentimenti consentiti, le reazioni “legittime”, le pulsioni da censurare, dosa la nostra intensità, valuta il nostro operato, giustifica le nostre mancanze di presenza, i nostri eccessi di zelo, ecc.

Il primo passaggio è rendersi conto dell’esistenza di questa “eminenza grigia”. Il contatto col corpo perciò diventa una preziosissima risorsa perché consentendoci l’esperienza della nostra vera realtà, ci mostra i limiti dei meccanismi di difesa, che un tempo furono utili ma che ora impediscono di vivere pienamente l’esistenza. Tengo a specificare che per corpo intendo tutto ciò che il corpo rappresenta, contiene e muove: come emozioni, capacità di sentire, pulsioni ed energia disponibile per sostenerci.

Mettendo in moto il corpo, respirando più profondamente, utilizzando la voce nella sua pienezza, la guida del nostro sentire passa dal super ego a noi. Tutte le nostre convinzioni su noi stessi vengono messe alla prova dalla verità delle nostre reazioni, e il mondo che il corpo rivela è fatto di autenticità, scevro da manipolazioni. Qui il lavoro di Rilascio Emozionale presenta la sua più peculiare caratteristica: non porta la persona a ragionare su cosa potrebbe essere ciò che la muove, gliene fa fare l’esperienza. Sarà perciò cura di chi conduce la sessione sostenere la persona nel suo sforzo, fisico e psicologico: muovere il corpo infatti, in qualunque modo, è spesso fonte di grande imbarazzo e vergogna per la nostra cultura. Avendo perso qualunque contatto con la nostra fisicità, che non sia di natura meccanica, la sola azione di respirare pienamente desta un forte disagio, spesso manifestato con un “mi sento ridicolo”. Infatti il super ego opporrà una ferrea resistenza ai nostri tentativi di cambiamento nel tentativo di arrestare il processo di trasformazione.

Per esperienza posso dire che le persone maggiormente assoggettate al proprio super ego (o giudice interiore) sono quelle che più stentano a riconoscerne l’esistenza, vivendo un profondo distacco dal proprio corpo, così come dalle proprie emozioni. La duplice convinzione che le sostiene è: 1. il mio corpo deve essere efficiente, non dare problemi. Perciò se qualcosa lo fa “inceppare” il ricorso ai farmaci è pressoché immediato, in quanto il sintomo va rimosso. Il concetto di somatizzazione, seppur cognitivamente riconosciuto, viene relegato a chi “ha tempo per queste cose”. 2. le mie difficoltà sono generate dai comportamenti altrui, o da fatti esterni. Io non ho problemi, se la persona X smettesse di farmi preoccupare sarei felice. La conseguenza, e causa insieme, di questa lettura della propria realtà, è che il proprio sentire non ha più valore. Tutto è imperniato sulla “comprensione” dell’altro, con la scusa che è l’altro ad aver bisogno di aiuto. Questa distorsione ha avuto origine nell’infanzia, quando al bambino è stato insegnato che il suo sentire così com’è non va bene. La reazione è stata quindi: “Ciò che sento è sbagliato”. E il comportamento che seguirà a questa esperienza sarà che la rabbia va ingoiata, la paura negata, il dissenso represso, ecc. Ovviamente desterà tutta la nostra preoccupazione chiunque manifesti un qualcosa, anche solo una punta, di quell’iceberg che noi abbiamo sepolto. Il nostro modello culturale è infatti basato su questa modalità, secondo cui: “Più una cultura si affida all’intelletto per decidere su una politica con delle regole, più l’individuo avrà bisogno di limitazioni per poterla sostenere” (da “Il concetto del continuum” di Jean Liedloff).

In effetti lavorando su di sé in profondità, una delle prime scoperte sarà fare l’esperienza diretta di come il nostro cambiamento produca cambiamenti anche nelle persone a noi vicine. E che tutti i nostri sforzi di aiutare l’altro, salvarlo, o insegnargli non hanno ragione d’essere quando noi iniziamo ad essere ciò che diciamo di desiderare.